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Rossano
Calabro: visita la nostra città
(tratto dalla presentazione
storico-turistica del Comune di Rossano, a cura del Preside
Giovanni Sapia)
Rossano sta su un acrocoro di rocce a picco,
ricche di minio ( timpe rosse), che la fasciano come
muraglia, tra colline e costoni verdi di olivi, guardando a
sud ai contrafforti silani e a nord allo Jonio tarantino,
che lambisce la dolce piana nobile di colture e di storia
Baluardo naturale, fu privilegiata dai
Romani, che vi costruirono una fortezza, e poté respingere
Alarico (412), resistere a Totila (548), uscire indenne
dalle scorrerie saracene. Anche se diversi segni consentono
di congetturare un suo precedente ruolo abitativo ed
economico, è con i Romani (inizi II sec. a.C.) che essa
entra da protagonista nella storia e da un Roscius, secondo
l'opinione dominante, trarrebbe il nome; dovette già da
allora rivestire un ruolo importante, attesa la sua presenza
nell' Itinerario di Antonino (inizi del II sec. d. C.) e
l'esistenza, attestata da Procopio ed Eliano, di un suo
porto-arsenale, che fu già di Thurii (sec. V a.C.) e che
Adriano (76-138 d. C.) fortificò, così vasto da accogliere
300 navi e funzionante ancora nel sec. X, come si ricava dal
Bìos di San Nilo
Coi Bizantini (953 ca.-1059), che ne
determinarono lo sviluppo, visse la sua grande vicenda di
caposaldo militare e amministrativo, sede, nella seconda
metà del sec.X, dello stratego, centro di vita religiosa e
culturale, della quale notevole componente fu la
penetrazione monastica e segni gloriosi sono rimasti
nell'arte.
Normanni (1059-1196) rispettarono il suo
rango di libera università, assicurandole un notevole
progresso. Con gli Svevi (1196-1266) e con gli Angioini
(1266-1442), che la dotarono di privilegi, si costituì la
base di quell'aristocrazia che, frequentemente rissosa e
ribelle, ma anche operosa, l'avrebbe guidata per secoli.
Coincide con gli ultimi anni del governo angioino la sua
feudalizzazione, quando Giovanna II, duchessa di Calabria,
la concesse come principato a Polissena Ruffo (1417).
Da allora passò per mani diverse, ultimi i
principi Borghese (1637), che la detennero fino alla
devoluzione della feudalità (1806). Dagli Angioini in poi,
esclusa la parentesi aragonese (1442-1504), che fu di
sostanziale progresso, le condizioni della città si
deteriorarono progressivamente, tra torbidi e ribellioni
frequenti e repressioni feroci. E tuttavia numerosi
cittadini l'illustrarono anche nei momenti calamitosi, con
l'intelligenza, l'iniziativa, la cultura, talora l'eroismo e
la santità; due accademie, dei Naviganti e degli Spensierati
, sorte nel secolo XVI e unificatesi nel nome della seconda,
ne continuarono il ruolo culturale; imponenti opere ne
consolidarono la difesa: la Torre di S. Angelo , eretta a
guardia delle coste (fine sec. XV), ora recuperata a centro
estivo di cultura, un maschio trincerato sul luogo ora detto
Ciglio della Torre e una casamatta sulle rovine del
castellum romano (1442-64).
Il progresso delle idee esplose nel momento
illuministico, rappresentato dal giurista Giuseppe Toscano
Mandatoriccio, da un rilevante movimento giacobino, da una
loggia massonica, dalla partecipazione alla rivoluzione
partenopea del 1799. La coscienza risorgimentale si espresse
nella presenza alle fasi più salienti della lotta e nella
votazione compatta per il plebiscito. Fatti dolorosi
funestarono il secolo: il terremoto rovinoso del 1836,
l'epidemia di colera del 1867, la gravità del fenomeno
migratorio, la recrudescenza del brigantaggio; eppure
costante fu il progresso civile, evidente nel numero e nella
qualità degli istituti e delle opere pubbliche e nel fervore
del dibattito culturale e politico.
Il '900 annota il grosso tributo di sangue
pagato alla grande guerra (1915-18), la sensibilizzazione
politica delle masse, un fascismo senza acri punte e non
avaro di opere, ma non privo di episodi di repressione e
neppure di esemplari aspetti di resistenza, un gioco
democratico assai vivace, ma complessivamente urbano, che ha
favorito la graduale ripresa della Città.
Il visitatore vi ricerca subito, ed è ovvio,
i segni di Bisanzio , che hanno alimentato la letteratura e
impresso un preminente sigillo alla città: le grotte
eremitiche; le chiese di San Marco e della Panaghìa (sec. IX/X),
quasi certamente oratori degli anacoreti della zona, segni
tra i più vivi dell'architettura sacra calabrese del tempo,
diversi di linee, parimenti preziosi per la grazia delle
absidi e dell'ornato esterno; l'icona Achiropita, che è
cuore della Cattedrale e della città ed ha alimentato, con i
caratteri stilistici, con la leggenda della non dipinta da
mano e con la tradizione dei miracoli, da una parte la
ricerca scientifica e dall'altra la pittura e la poesia;
l'Abbazia del Patire , che costruita in epoca normanna nella
raccolta maestà dei monti prossimi e resistente ancora,
nella severa eleganza dell'architettura della chiesa e nella
nobiltà dei mosaici, resta il più alto segno della
spiritualità italo-greca nell'Italia meridionale; e quel
gioiello unico di evangeliario miniato che è il Codex
Purpureus Rossanensis , che ha alimentato e alimenta, con i
molteplici problemi che pone, la ricerca colta, ma vive
soprattutto in sé, come opera di bellezza, per quello, cioè,
che l'artista riesce a realizzare in colori, volumi,
movimento.
Ma lungo l'armoniosa struttura viaria scopre
una più complessa storia, seducente nelle architetture
povere del primo abitato, superba nella teoria delle chiese
e dei palazzi sontuosi che raccontano, quasi in volume
ordinato, i secoli di vita religiosa e civile. E se ama
percorrere in lungo e in largo il territorio, scopre, con
non minore gioia degli occhi, le ville di montagna e le
curtes del piano, spessi capitoli di storia sociale,
concorrenti in elegante apparato con i palazzi urbani. |